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Venerdì
14 giugno 2002 alle ore 19.30 alla presenza
dell'assessore provinciale all'agricoltura Bellion e
dell'assessore provinciale alla cultura Valter
Giuliano è stato inaugurato il Museo della
Viticoltura, completamente ammodernato ed arricchito
di molti oggetti ed attrezzature antiche che
raccontano il lavoro della vigna nell'arco dell'anno.
Pannelli didascalici con la storicità del luogo ed
una videocassetta raccontano la tradizione medioevale
di Prarostino, che già nel 1200, era ricca di vigneti
quali il nebbiolo ed il pregiato doux d'Henry così
chiamato in onore di Enrico IV. Un percorso museale
interessante che si prefigge di proporre a scolaresche
e turisti uno spaccato di storia e tradizioni
raccontato in lingua e dialetto locale.
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Questo
piccolo, originale museo, inaugurato il 5
ottobre 1986 si trova nel
capoluogo San
Bartolomeo ed è stato realizzato
dall'Amministrazione
Comunale di
Prarostino e dalla Comunità Montana
Pinerolese Pedemontana.
Pur
nelle sue ridotte dimensioni, ma in un
ambiente originale e suggestivo,
il museo
illustra attraverso gli oggetti, le
attrezzature ed i materiali usati
da
secoli, la dura vita, ma anche
l'ingegnosità dei viticoltori della zona
pedemontana piemontese. Fotografie,
disegni e quadri sinottici completano
l'arredo ed aiutano a capire.
Esaminando
in senso orario, gli oggetti esposti, si
segue un percorso ideale
che illustra il
ciclo di lavorazione della vite: dal
dissodamento della terra,
all'innesto,
alla potatura fino alla raccolta
dell'uva. La seconda sezione illustra
la
vinificazione e la successiva
conservazione del vino.
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Tutti
gli oggetti sono rigorosamente originali
e sono stati raccolti presso donatori
volontari di Prarostino e della Comunità
Montana.
Il
museo può essere visitato durante le ore
di apertura dell'adiacente Biblioteca
comunale (Sabato pomeriggio dalle ore
14.30 alle 17.00) oppure nel corso delle
manifestazioni estive della Pro Loco. Per
eventuali visite di gruppi in giorni
diversi da quelli indicati, contattare
gli uffici comunali con congruo preavviso
(tel. 0121/500128).
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il Materiale
presente nel museo |
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il Calendario
del viticoltore |
La
viticoltura nel pinerolese
La
coltivazione della vite anche nel territorio
della Comunità Montana Pinerolese ha origini
molto antiche. Generalmente il vino si consumava
durante i pasti con parsimonia e in occasioni
particolari (feste, matrimoni, ecc.). Quando alla
fine del secolo scorso, con l'avvento delle prime
industrie tessili ed estrattive cominciarono a
circolare più soldi, si diffusero le osterie.
Secondo
la credenza popolare si asseriva che il vino
faceva bene alla salute, produceva più sangue e
rendeva robusti, tanto e vero che anche i bambini
iniziavano a bere qualche bicchiere di vino molto
presto.
Parlare
della vita e del vino nel quadro generale
dell'area piemontese è indubbiamente un tema che
riveste un'importanza notevole avendo in questa
regione la viticoltura una tradizione
bimillenaria ed essendo uno dei poli
dell'economia agricola: alludiamo a questo
proposito alle Langhe, al Monferrato, al Tortonese. Basti
pensare per esempio ai numerosi
riferimenti giacenti nei cartari delle abbazie o
nei conti delle castellanie dei Savoia, negli
atti notarili e nei catasti per capire quale
importanza aveva in Piemonte la viticoltura e
l'enologia sin dal Medioevo. Si può dire che
ogni famiglia contadina possedesse un piccolo
appezzamento di terreno coltivato a vite. Se
però, come nel nostro caso, ci riferimano in
particolare al pinerolese, il discorso cambia,
poiché quì ci troviamo di fronte ad un tipo di
coltura prevalentemente familiare. La vite nel
passato era assai diffusa e, pur essendo
praticata principalmente per autoconsumo,
rappresentava una considerevole risorsa poiché
il vino prodotto era il solo che si potesse
consumare e poteva anche servire in caso di
necessità per saldare debiti e ipoteche. Il vino
prodotto aveva da un anno all'altro
caratteristiche diverse poiché si faceva
vinificare l'uva senza correggere i difetti con
interventi chimici o biologici (per aumentare il
tasso zuccherino o diminuire l'acidità del
mosto). Il grado alcoolico poteva comunque
raggiungere in certe annate 10° - 12°
I
vitigni
Un
quadro abbastanza esaudiente dei vitigni
coltivati nel pinerolese ci viene dato dalla
"Relazione sulla esposizione ampelografica
di Pinerolo" (per ampelografia si intende la
branca della viticoltura che descrive i vitigni e
li classifica. La relazione scritta da Luigi
Provana di Collegno trovatasi in "Bollettino
ampelografico", fasc. XVI, anno 1883.)
tenutasi dal 25 settembre al 1 ottobre 1881 nella
galleria al piano terreno del Collegio Civico.
Tra
i vitigni più diffusi erano il Plassa, l'Avarengo, il Doux d'Henry e
l'Avanà.
Plassa:
é un nome dialettale che significa pellaccia, ad
indicare lo spessore della buccia di colore nero
chiaro. In alcune località della pianura questo
vitigno è chiamato cuor duro. Incerta è la sua
origine, mancando una sufficiente letteratura al
riguardo; sembra tuttavia che la sua zona di
provenienza sia il basso pinerolese (Bibiana, Bricherasio, Campiglione Fenile, San Secondo di
Pinerolo).
Avarengo:
è un vitigno che non viene citato dagli autori
anteriori all'800. Si crede tuttavia che sia
originario dei dintorni di Pinerolo, della zona pedemontana. Un tempo l'uva nera prodotta da
questo vitigno veniva consumata a tavola o per
cure diuretiche, poi fu successivamente
utilizzata anche per la produzione per il vino.
Doux d'Henry: è un vitigno che produce un uva scura,
il cui nome significa dolce di Enrico, altri lo
chiamavano doun d'Henry (dono di Enrico) .
Esistono scarse notizie storiche, dubbia è
pertanto la sua origine che taluni credono
francese a causa del nome.
Avanà:
anche di questo vitigno che dà un'uva scura non
si conosce con esattezza la provenienza,
probabilmente è di origine francese ed era molto
diffuso nella Val di Susa.
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