I
luoghi del culto della comunità valdese
Già a partire dal XVI
secolo, gli abitanti di Prarostino e Roccapiatta erano in
netta
maggioranza di fede protestante: le fonti storiche attestano
che nel 1805 si contavano soltanto 20 cattolici sul
totale di 1400 individui, ed ancora, nel 1844 i valdesi
sono 2407 contro 63 cattolici. Inoltre ove si consideri
il solo vallone di Roccapiatta, le differenze si fanno
ulteriormente più accentuate in favore dei riformati(1).
Una comunità così
numerosa, anche se osteggiata e perseguitata, esigeva
perciò locali di culto adeguati in cui svolgere le
pratiche religiose comunitarie. L'edificio religioso dei
valdesi è il tempio. Questo tipo costruttivo assume
una valenza particolare, che esula dalla "semplice
opera architettonica in se stessa", perché
diventa rappresentativo di una intera comunità, dunque
"segno
inequivocabile della sua presenza sul territorio"(2). Nell'ambito geografico considerato nel
presente lavoro, la rappresentatività del tempio valdese
si carica ulteriormente di significato, in quanto
testimonianza materiale della presenza di una minoranza
protestante in una zona cattolica, tanto da divenire
motivo di orgoglio e di forte identificazione per il
popolo valdese. Per questo l'edificazione dei templi fu
da sempre osteggiata dai persecutori sabaudi e ristretta
a poche località prestabilite, anche nei periodi di
tregua concordata.
I primi accenni ai
luoghi di culto valdese nel territorio di Prarostino
compaiono nel settimo articolo delle Patenti di Cavour
del 1561, con il quale viene consentita la predicazione "a Rochiapiata, nel loco detto
Gaudini sola.te et non altrove"(3). Probabilmente il testo non si riferisce ad un
tempio vero e proprio, ma alla Rocca Ghiesa, massiccio
sperone roccioso che sovrasta la borgata dei Godini (986
metri), utilizzato come luogo di culto dai valdesi di
Prarostino e Roccapiatta. Visitando la rocca si possono
ancora intravedere il pulpito ed i sedili ricavati dalla
nuda pietra. In precedenza invece gli abitanti dovevano
recarsi al tempio di San Lorenzo in Angrogna, edificato
pochi anni prima (1555/1556). Soltanto verso la fine del
XVI secolo (probabilmente tra il 1592 e il 1594) le
comunità di Roccapiatta e di Prarostino edificheranno un
proprio tempio in
prossimità della borgata dei Rostagni, situato in posizione isolata
ma baricentrica rispetto ai piccoli insediamenti
circostanti. Il fabbricato fu la sede, oltre che del
culto, di importanti decisioni civili e politiche per la
comunità valdese, come quella di resistere con le armi
all'assedio delle truppe sabaude del 1686. Durante le "Pasque Piemontesi" venne abbattuto e
successivamente ricostruito agli inizi del 1700, dopo il "Glorioso Rimpatrio".
Nello stesso periodo
veniva eretto in breve tempo un locale di culto di
ridotte dimensioni e di scarsa importanza a San
Bartolomeo(4).
Dal punto di vista
strutturale i primi templi nelle valli erano molto
semplici e modesti, più simili a case rurali di montagna
che non a solenni luoghi di culto: pianta quadrilatera
irregolare, murature portanti in pietra, raramente e solo
parzialmente intonacate e con coronamento di copertura in
lastre lapidee reperite sul luogo. L'aspetto esteriore
contava relativamente: la possibilità di riunire
l'intera comunità sotto il medesimo tetto e la
necessità di mantenere comportamenti riservati avevano
la priorità(5). Non a caso il piccolo locale
di culto di San Bartolomeo era denominato "la Capanna"(6).
A partire
dall'occupazione napoleonica dell'inizio dell'Ottocento,
incominciò per i valdesi delle Valli un periodo di
intenso fervore e di rinnovata fiducia, durante il quale
godettero finalmente di maggiore libertà di manifestare
più apertamente il loro credo. Di conseguenza in molte
borgate, i templi valdesi furono ingranditi, rinnovati,
edificati ex novo mentre maggiore cura veniva destinata
all'aspetto architettonico rispetto ad epoche precedenti,
senza, tuttavia, rinunciare alla semplicità delle
origini(7). Nel 1823 iniziarono i lavori
di rifacimento ed ampliamento della "Capanna"
che portarono al compimento dell'attuale tempio di San Bartolomeo, inaugurato nel 1828.
Quest'ultimo, più che il precedente tempio di
Roccapiatta, è rappresentativo dei criteri
tipologico-costruttivi, che guidarono l'edificazione dei templi
valdesi ottocenteschi nelle Valli: impostazione
planivolumetrica rigorosa, con stilemi neoclassici in
facciata, in cui dominano sobrietà e funzionalità. Le
scelte architettoniche e la disposizione interna degli
arredi risentono della particolare organizzazione del
culto valdese, incentrato sulla lettura e sul commento
della Parola, rispetto a quello cattolico: la planimetria così presenta un'unica navata
e mancano transetti e cappelle laterali per consentire a
tutti i fedeli di ascoltare ed osservare nel modo
migliore il pastore mentre predica. Il pulpito è centrato sul lato opposto
rispetto all'ingresso principale ed i banchi si
dispongono a semicerchio intorno ad esso(8).
La sobrietà è evidente sia in facciata,
sia all'interno: il fronte principale con lesene e
capitelli si caratterizza per la nettezza delle linee,
mentre l'interno appare quasi austero per la totale
mancanza di rappresentazioni sacre, statue e
bassorilievi. Il rifiuto verso qualsiasi forma di
ricercatezza nell'arte connota fortemente la cultura
valdese, orgogliosa di rivendicare la centralità della
comunità riunita in preghiera rispetto al luogo in cui
è radunata. Nonostante ciò, l'impiego di tinteggiature
chiare e l'abbondante numero di finestre, rendono
accogliente l'ambiente interno predisponendo alla
meditazione. Il tempio di San Bartolomeo, come quello dei
Rostagni, è sprovvisto di torre campanaria, ma tale
mancanza non costituisce una norma rigorosa nelle Valli
Valdesi(9).
REFERENZE
BIBLIOGRAFICHE
(1)-(3)-(4)-(6) A.Jahier, Prarostino e
Roccapiatta nella storia valdese, Prarostino,1928.
(2)-(5)-(7)-(8) M.Lecchi, Architettura e
territorio, in AA.VV., Civiltà Alpina e
Presenza Protestante nelle Valli Pinerolesi,
Quaderni di cultura alpina, Priuli & Verlucca
Editori, Ivrea, 1991.
(9) L.Cena, Esiste anche uno
stile valdese? La sobrietà come canone d'arte, in
"L'eco del Chisone", n.49, anno LXXV, e ID., La
baita diventa tempio, in "L'Eco del
Chisone". n.50, anno LXXV.
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